Forse parecchi di noi possono convenire sul fatto che: ammettere una pluralità (una sincera pluralità) di punti di vista è un modo per dare ad un dialogo il tempo di andare in profondità. E’ un modo per non costringere il nostro interlocutore ad essere frettoloso quando ci espone le sue idee.
Se non… ci affrettiamo a contraddire, criticare il nostro interlocutore e se siamo consapevoli del fatto che tutto ciò può avvenire anche senza l’uso delle parole ovvero p.e. quando con il nostro corpo mostriamo segni d’insofferenza nei confronti del nostro interlocutore… vuol dire che siamo davvero dei buoni comunicatori.
Aprire un discorso con un’espressione del tipo " Dal mio punto di vista… …" è come se invitassimo chi ci ascolta (o chi ci legge) a sospendere i suoi convincimenti, le sue presupposizioni, e come se gli chiedessimo con gentilezza di ascoltare le nostre idee a cuore aperto.
Se la nostra testa è "sempre" in pieno tumulto di pensieri o peggio ancora… se non abbiamo la capacità di chetare, zittire almeno per un pò, togliere dal sottofondo della nostra testa il vorticare incontrollato dei nostri pensieri, sarà davvero improbabile che qualcuno ci apra il proprio cuore non meno del fatto che noi apriamo il nostro.
Una testa in tumulto è l’ultima cosa che ci vuole per relazionarci in modo efficace con un mondo del lavoro in continuo divenire.
Aiutami, insegnami, mettimi in condizione di controllare le "mie seghe mentali" è la prima e propedeutica richiesta che ognuno di noi dovrebbe fare al proprio formatore, coach, consulente, mentore…
E noi che ci occupiamo di corsi di formazione, coaching, consulenza … … siamo almeno capaci di mettere sotto controllo le nostre seghe mentali?