Compassion è un termine che non è direttamente traducibile nella nostra lingua eppure a me piace pensare che l’essenza di azioni di MARKETING efficaci – in un mercato così aperto come è quello dei nostri giorni – è tutta nell’essere davvero capaci di ESSERE COMPASSION. Compassion non si traduce con compassione ne tanto meno con pietà, ovvero essere compassion non vuol dire provare-sentire pietà per qualcuno o qualcosa. Compassion non si traduce neanche con essere compassionevole o pietoso. Mettersi nei panni o nelle scarpe degli altri è un’ espressione – figlia del buonsenso popolare – che ben si avvicina al concetto di compassion e mettersi in uno stato di completa ed incondizionata accettazione dell’identità e dello spirito di un altro ne è un’espressione più “sofisticata”. Fortunatamente molti di noi italiani sono compassion in modo naturale: basta osservare come spesso sappiamo compenetrarci-entrare nei panni di un amico malato, di un bimbo in difficoltà, come sappiamo condividere sinceramente il dramma di persone mai conosciute e lontane da noi migliaia di chilometri e quant’altro che lascio alla vostra sensibilità. E allora la domanda è: se le persone migliori ovvero più qualificate nel marketing sono quelle che sanno essere compassion perché noi italiani non siamo i migliori nel marketing? Non siamo (ancora) i migliori perché di marketing si occupano professionalmente solo laureati e dintorni e questo comporta che molto vada perso della spontaneità e naturalezza che sono caratteristiche irrinunciabili dell’essere davvero compassion. E così il “segreto” per diventare i migliori nel marketing è quello di dare spazio nel mondo del lavoro anche ai cosiddetti non addetti ai lavori come per esempio le persone normali come noi. Se troviamo davvero il modo di valorizzare la COMPASSION di cui sono ricchi molti normali come noi, ovvero se troviamo il modo di tradurla in prodotti e servizi da immettere sul mercato, riusciremo a dare un nuovo slancio al nostro PIL (Prodotto Interno Lordo) ovvero al nostro business non meno che alla nostra gioia di vivere.
1 luglio, 2010 alle ore 13:17
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